Intervista impossibile: Aldo Moro

28 11 2007

250px-aldo_moro3.jpgI cinquantacinque giorni del suo sequestro sono stati definiti, in questi anni, i più drammatici, angosciosi, addirittura i più misteriosi della storia dell’Italia Repubblicana. La vicenda suscita ancora un grande interesse nella Stampa e nell’opinione pubblica, esistono film, inchieste, libri in cui si cerca di spiegare il caso Moro. Ma per lei, Onorevole Moro, cosa sono stati quei giorni?  

Quelli del sequestro sono stati certo giorni drammatici, angosciosi, penosi… Sono stati i giorni più bui e solitari e sono stati gli ultimi della mia vita, soprattutto. E’ così che li ricordo.

 Com’erano le sue condizioni di prigionia? 

A livello fisico erano sopportabili, in realtà. I terroristi mi lasciavano leggere i giornali, mi davano qualcosa da mangiare mattina e sera, avevo un materasso, un piccolo tavolo di legno dove scrivevo tutti i giorni. Loro mi esortavano a scrivere. Mi davano ogni giorno nuovi fogli, delle penne, dicevano che quella era la mia salvezza. Un giorno uno di loro, credo il più giovane, mi disse qualcosa come: “ vogliamo entrambi la stessa cosa”.

 Lei sarebbe tornato a casa, loro sarebbero stati legittimati dallo stato, dal partito comunista, ed e’  proprio per evitare questo riconoscimento che non si volle dare ascolto alle condizioni dei brigatisti.  Si è sentito abbandonato? 

Mi sono sentito impotente, solo. Avevo ricoperto per decenni alte cariche nel partito, nello Stato, nell’ambiente ecclesiastico, avevo tantissime persone intorno, tutti i giorni ricevevo decine e decine di telefonate, ero apprezzato, stimato, ricercato…Nel giro di mezz’ora la mia vita cambiò. Le mie parole, le mie lettere, non avevano più alcun peso, ero un semplice prigioniero che supplicava di essere liberato, mi sono sentito abbandonato, è vero.

 La recente liberazione di un giornalista italiano rapito da un gruppo talebani in Afghanistan, ha riacceso la polemica, mai sopita del tutto in realtà, riguardo la posizione che lo stato debba adottare di fronte alle richieste dei sequestratori… 

Ho pregato per quest’uomo e ho gioito alla notizia della sua liberazione anche se un altro uomo è morto e un altro è ancora nelle mani dei sequestratori e questo oscura la gioia che ha accompagnato questa vicenda. Io credo che lo stato abbia fatto la cosa giusta, ha salvato la vita ad un uomo. E mi ha indignato sentire pareri discordi, ancora oggi. Perché salvare una vita dovrebbe significare arrendersi al terrorismo? La liberazione del giornalista non ha influito sull’impegno italiano in Afghanistan, mi sembra. La coerenza di una linea politica e l’impegno del Paese per garantire stabilità, non dovrebbe essere scalfito da uno scambio di prigionieri.

 Sono passati ormai quasi trent’anni, pensa che il suo sacrificio sia servito in qualche modo, che la sua morte abbia avuto un senso? 

Credo che tutto abbia un senso e credo che la mia morte abbia un po’ rischiarato le coscienze, tanto che oggi si cerca di percorrere tutte le vie possibili per salvare i prigionieri politici.

 Mentre la legge sul blocco dei beni continua ad essere applicata. Il criterio per cui si tratta con i sequestratori riguarda il movente politico del rapimento, il ruolo che ricopre il rapito nella società, o cos’altro secondo lei…? 

Io credo che sempre, in qualsiasi circostanza, lo Stato abbia il dovere di salvare una vita umana, percorrendo tutte le strade possibili.

 





Intervista a Oriana Fallaci (immaginaria)

26 11 2007

Comincia la serie delle interviste impossibili, una raccolta di conversazioni immaginarie scritte interamente dalla sottoscritta, (questo è da sottolineare, non ho mai incontrato i personaggi e domande e risposte son tutta farina del mio sacco): la prima è a Oriana Fallaci celebre giornalista e scrittrice fiorentina, morta nel settembre 2006.

Lunedì, 26 novembre 2007

Signora Fallaci, è risaputo il fatto che quand’era in vita non amasse le interviste, lei stessa le ha definite “un atto di violenza, di crudeltà” attraverso le quali il giornalista scava nel cuore dell’intervistato, vi si inoltra senza pudore e ne riversa il contenuto sulle pagine dei giornali. L’ultima intervista l’ha concessa solo a sé stessa, una scelta singolare. Atto di narcisismo o di diffidenza verso i colleghi? 

Quand’ho scritto l’intervista a me stessa, era un periodo grigio. La malattia aveva ripreso a correre dentro di me e mai quanto allora avevo bisogno di scrivere, di comunicare. Da brava giornalista non mi sono mai fidata dei miei colleghi. Senza intermediari ho potuto evitare i fraintendimenti, le piccole omissioni e modifiche che un altro giornalista avrebbe operato sull’intervista.

 In questo modo ha evitato anche di mettersi in gioco, di rispondere a domande scomode o perlomeno a domande non previste. Perché decide di farlo oggi, ha da rettificare alcune sue dichiarazioni?  

Non avevo paura di mettermi in gioco neanche quand’ero viva, negli ultimi anni sono stata criticata, spesso ferocemente, sono stata minacciata di morte e questo non mi ha certo impedito di continuare a scrivere, perbacco! Se oggi ho accettato di parlare è perchè non ho saputo rinunciare all’opportunità di entrare, seppur solo sulla carta, ancora una volta nella vita.  Vede, la morte non ha mitigato il mio carattere, né ha cancellato le esperienze che ho avuto, ma i ricordi sono sfumati, tutto si è ridimensionato, la storia degli uomini mi appare quasi come un film in bianco e nero…

 Che ruolo aveva Oriana Fallaci in questo vecchio film? 

Non certo un  ruolo da protagonista! Ero una giornalista, una scrittrice… Mi chiami come vuole… ho trascorso tutta la mia vita a guardare il mondo e a cercare di raccontarlo, ecco cosa ho fatto!

 Eppure nell’ultima fase della sua vita il ruolo di scrittrice si è accompagnato a quello di ideologa, tanto che chi amava i suoi romanzi precedenti si è stupito a leggere prima il suo infuocato articolo sul “Corriere” all’indomani dell’11 settembre 2001, poi i libri che sono scaturiti da quella presa di posizione. La rabbia e l’orgoglio e La forza della ragione sono diventati quasi un manifesto per chi, come lei, paventava una guerra santa araba a danno dell’Occidente ma hanno anche sollevato un muro di critiche da parte di chi invece ha ritenuto ingiustificata e feroce la sua “crociata”. Se n’è pentita? Ha in qualche modo cambiato idea? 

Sarebbe facile dirle di sì, che mi sono pentita, che ora tutto mi appare diverso, che mi rendo conto di quanto sia stata dura, estremista, integralista io stessa… Ma a cosa servirebbe? Pensa veramente che oggi si dovrebbe sapere se la Fallaci, ormai morta, ha cambiato idea?

 Quindi ha cambiato idea…  

E’ facile cambiare idea quando si muore, cara signorina. Ma la verità è che ognuno di noi ha un tempo a disposizione per farsi un idea e per cambiarla tutte le volte che vuole nella vita… per me questo tempo è finito. Ora non mi resta che star qui a guardare come continua il film, senza di me.

  








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