Scritta a caratteri cubitali sulle luminarie, che danno un tocco di malinconia (potete darmi torto?) alle nostre città, stampate sulla carta da regalo patinata, trasmessa dalle radio, sugli schermi, la parola più pronunciata in questi giorni è senza’altro Auguri.
E a vederla scritta, con qualla bella A, le due U, quella I finale, ci rimanda subito all’immagine del Natale così come per anni l’abbiamo costruita: la frenesia dei regali, l’affacendarsi perché la cena della vigilia sia indimenticabile, l’inviare i famigerati Auguri.
E via ai messaggini prestampati, da “invia a tutti”, de quali cugine prime sono le email di Buone Feste, come se tutti fossimo un’azienda che invia i suoi auguri (strizzando l’occhio) agli affezionati clienti. Esistono anche dei siti dove si possono copiare le frasi di Natale, certo in questo modo si dà un calcio al sentimento, ma cosa sono i sentimenti alle porte del 2009?
(Le frasi sono orribili: “Il Natale scalda il cuore come la gioia e l’amore. Qualcuno te lo riscalderà per averti con sè”. Ehmbé?)
Insomma Auguri è come il “come va?” dopo il Ciao, semplicemente un’abitudine, un modo di dire.
Per festeggiare il Natale, l’anno che finalmente si conclude e il 2009 che arriva, carico di speranze, sogni, aspettative, e per festeggiare il primo anno di Punto e a Capo, il mio regalo è una canzone e degli Auguri transitivi (nel senso che si augura qualcosa, non si augura e basta).
L’abbiamo detto, non c’è niente di più vero, e “che resti” (non è questo uno dei requisiti fondamentali per il regalo giusto “qualcosa che gli resti”?), della musica (e poi, non dimentichiamo la crisi). Una canzone che potrebbe sembrar banale, perché l’abbiamo sentita tutti almeno cento volte, ma che parla di sogni, di speranza, della voglia di creare un mondo diverso.
Perché è possibile immaginare ciò che vorremo essere, e diventarlo.
(Astenersi megalomani alla Silvio, grazie)
Auguri, cari miei.









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