I cinquantacinque giorni del suo sequestro sono stati definiti, in questi anni, i più drammatici, angosciosi, addirittura i più misteriosi della storia dell’Italia Repubblicana. La vicenda suscita ancora un grande interesse nella Stampa e nell’opinione pubblica, esistono film, inchieste, libri in cui si cerca di spiegare il caso Moro. Ma per lei, Onorevole Moro, cosa sono stati quei giorni?
Quelli del sequestro sono stati certo giorni drammatici, angosciosi, penosi… Sono stati i giorni più bui e solitari e sono stati gli ultimi della mia vita, soprattutto. E’ così che li ricordo.
Com’erano le sue condizioni di prigionia?
A livello fisico erano sopportabili, in realtà. I terroristi mi lasciavano leggere i giornali, mi davano qualcosa da mangiare mattina e sera, avevo un materasso, un piccolo tavolo di legno dove scrivevo tutti i giorni. Loro mi esortavano a scrivere. Mi davano ogni giorno nuovi fogli, delle penne, dicevano che quella era la mia salvezza. Un giorno uno di loro, credo il più giovane, mi disse qualcosa come: “ vogliamo entrambi la stessa cosa”.
Lei sarebbe tornato a casa, loro sarebbero stati legittimati dallo stato, dal partito comunista, ed e’ proprio per evitare questo riconoscimento che non si volle dare ascolto alle condizioni dei brigatisti. Si è sentito abbandonato?
Mi sono sentito impotente, solo. Avevo ricoperto per decenni alte cariche nel partito, nello Stato, nell’ambiente ecclesiastico, avevo tantissime persone intorno, tutti i giorni ricevevo decine e decine di telefonate, ero apprezzato, stimato, ricercato…Nel giro di mezz’ora la mia vita cambiò. Le mie parole, le mie lettere, non avevano più alcun peso, ero un semplice prigioniero che supplicava di essere liberato, mi sono sentito abbandonato, è vero.
La recente liberazione di un giornalista italiano rapito da un gruppo talebani in Afghanistan, ha riacceso la polemica, mai sopita del tutto in realtà, riguardo la posizione che lo stato debba adottare di fronte alle richieste dei sequestratori…
Ho pregato per quest’uomo e ho gioito alla notizia della sua liberazione anche se un altro uomo è morto e un altro è ancora nelle mani dei sequestratori e questo oscura la gioia che ha accompagnato questa vicenda. Io credo che lo stato abbia fatto la cosa giusta, ha salvato la vita ad un uomo. E mi ha indignato sentire pareri discordi, ancora oggi. Perché salvare una vita dovrebbe significare arrendersi al terrorismo? La liberazione del giornalista non ha influito sull’impegno italiano in Afghanistan, mi sembra. La coerenza di una linea politica e l’impegno del Paese per garantire stabilità, non dovrebbe essere scalfito da uno scambio di prigionieri.
Sono passati ormai quasi trent’anni, pensa che il suo sacrificio sia servito in qualche modo, che la sua morte abbia avuto un senso?
Credo che tutto abbia un senso e credo che la mia morte abbia un po’ rischiarato le coscienze, tanto che oggi si cerca di percorrere tutte le vie possibili per salvare i prigionieri politici.
Mentre la legge sul blocco dei beni continua ad essere applicata. Il criterio per cui si tratta con i sequestratori riguarda il movente politico del rapimento, il ruolo che ricopre il rapito nella società, o cos’altro secondo lei…?
Io credo che sempre, in qualsiasi circostanza, lo Stato abbia il dovere di salvare una vita umana, percorrendo tutte le strade possibili.









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